GIOVANNI RUFFO

Un calabrese poco conosciuto

Giordano Ruffo di Calabria

Castellano di Cassino: Signore in Val di Crati ed in terra di Giordano
Maestro dei cavalieri dell’Imperatore Federico II

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Nel N° 20 di Calabria sconosciuta (ottobre‑dicembre 1982), il Prof. Domenico Rotundo proponeva “Spunti per ulteriori ricerche su cinque calabresi dimenti­cati”. A distanza di quasi 10 anni, in occasione della celebrazione del 500° anniversario della costruzione del “palazzo delle faccette”,organizzata al Cremlino dall'Unesco e dal governo Sovietico, avrei     raccolto volentieri quell'invito, stimolato dalla presenza tra i cinque di Marco Ruffo (sec XV), esperto di costruzioni militari, se su questo per­sonaggio fossi riuscito a raccogliere documenti suf­ficienti a stabilire chi effettivamente fosse, da dove provenisse, quale fosse stata la sua attività di ingegnere in Italia, come fosse arrivato a Mosca dove assieme ad altri italiani aveva progettato e costruito il “palazzo delle faccette”. In attesa di completare la documentazione per poter scrivere su Marco Ruffo (attendo con ansia di conoscere le notizie che mi porterà da Mosca Rufo Ruffo della Scalet­ta, che ha presenziato alla suaccennata celebrazione su invito del Governo sovietico),credo valga la pena di parlare di un altro Ruffo, che più che dimentica­to, è del tutto sconosciuto ai giorni nostri.

Il personaggio è Giordano Ruffo di Calabria, vissuto nella prima metà del XIII secolo. In verità su Gior­dano non si hanno molte notizie, poichè la sua pro­fessione lo aveva portato ad occuparsi quasi esclu­sivamente di tutto ciò che riguardava i cavalli: l’allevamento, la cura delle loro infermità,  l'addestramento per la guerra, la riproduzione, la sele­zione della razza etc. Non interessandosi di politica, di amministrazione della cosa pubblica, o di arte militare (nel senso che non è stato uno dei generali dell’Imperatore ), di Giordano sarebbe arrivata a noi forse solamente la semplice notizia della sua esistenza, in quanto figlio di un alto dignitario di corte, se egli non avesse legato il suo nome ad un trattato di medicina veterinaria che per molti secoli ha costituito un sicuro punto di riferimento ‑ anche oltre i confini della sua patria ‑ per ogni cultore di tale disciplina. Alla scarsità di notizie disponibili sul personaggio si aggiunge il fatto che molti noti e stimati genealogisti (1) e la maggior parte degli storici ‑ primo tra tutti l'Anonimo, storico dei Principi Svevi ‑ (2) lo hanno confuso con un altro Giordano dello stesso casato, suo coevo. Il Giordano di cui mi sto occupando sembra fosse nato a Troppa (3) intorno all'anno 1195, secondogenito di Pietro I Conte di Catanzaro, il quale ai tempi dell'Imperatore Federico II era stato vicere e gran giustiziere in Sicilia e Calabria. E' possibile che la madre avesse avuto nome Sighelgaida (oppure Guida, come asserirebbe un docomento dello Archivio Vaticano del 1957 ) ma di lei non si cono­sce il casato. A causa della confusione fatta con l'altro Giordano Ruffo, nipote ex fratre del nostro, anche sulla Paternità non c'e stato mai accordo. Gli storici, attingendo sopratutto all'Anonimo ( che poi come tutti sanno si e chiamato Nicola de Jamsilla ) e copiandosi tra di loro gli hanno dato come padre Serio detto anche Sigerio che in verità era stato suo fratello minore, e come fratello od anche zio Pietro, che in effetti era stato suo padre . Per non ingenerare ulteriore confusione è necessario che io chiarisca le origini non soltanto di Giordano ma anche di suo padre Pietro I°, il quale è stato, a sua volta, costantemente confuso con il nipote dello stesso nome, figlio del suo primogenito Ruggero. Per non allontanarmi molto dal tema pro­postomi mi atterrò più praticamente soltanto alla elencazione genealogica , riportando la bibliografia nelle note (4) .

Giordano Ruffo di Calabria       ...... (?)
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       Pietro I Conte di Catanzaro        Sighelgaida (?)
                                                                     (o Guida ?)
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                           Giordano‚                   Ruggero       Belladama                Serio
                                                                                                                                          (o Sigerio)
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Sighelgaida; Giordano„ ;  Pietro II   Giovanna d'Aquino
…Fulcone… ; Giovanni e Guglielmo

Dirò ancora che il fratello maggiore di Giordano‚, Ruggero Preside del Regno di Sicilia (1235), era premorto al padre tra il 1236 e il 1242, mentre il fratello più giovane, Serioƒ, Maestro Maresciallo Imperiale, non aveva avuto discendenti: aveva firmato come testimone, nel dicembre del 1250, assieme a suo nipote Fulcone… (+1266), il testamento di Federico II ed aveva accompagnato a Palermo la salma dell'Impe­ratore (5) . Suo nipote Giordano„ si era distinto nella guerra contro Manfredi e da questi fatto prigioniero (1255) nonostante la promessa di aver salva la vita e gli averi, era stato fatto morire mazzolato durante la prigionia. L’altro suo nipote Fulcone… “il rimatore della scuola siciliana”, aveva combattuto, anch'egli strenuamente nella stessa guer­ra, ed arroccato nei suoi castelli di Bovalino e Santa Cristina, aveva tenuto testa all'esercito di Manfredi ben oltre il Parlamento del febbraio del 1256, durante il quale Pietro I° Ruffo (+1257) era stato dichiarato fellone e privato di ogni dignità e di tutti i suoi averi . Anche il nostro Giordano‚ non aveva avuto discendenti diretti ed alla sua mor­te (che deve essere avvenuta tra il 1253 ed il 1254, non trovandosi piú sue notizie dopo tali anni) il suo stato era passato, sotto il nome di «stato del quondam Giordano”, al conte Pietro I° suo padre, che a quel tempo era Gran Maresciallo del Regno di Sici­lia Governatore del Re Enrico e Vice Balio di Sici­lia e Calabria. Prima di parlare del libro lasciato­ci da Giordano credo valga la pena di aggiungere altre poche notizie sul personaggio.

Hieronimus Molin  nella prefazione alla edizione in lingua latina del trattato di Giordano così ne parla: “ Nato in Calabria da famiglia Equestre, ebbe fin da fanciullo un'indole piacevole e bellissima. Sembrava fatto dalla natura principalmente per l'attività equestre, nella quale, con il passare del tempo, fece tanti progressi che, nel domare e nel governare i cavalli e nel curare mirabilmente le loro malattie, non ebbe uguale alcuno .” Cavaliere molto caro all'Imperatore Federico II ebbe da questi la carica di Maestro dei Cavalieri. Nel 1240 fu castellano in Cassino; fu Signore in Valle di Crati e Terra di Giordano (appunto dal suo nome) .

    Intorno al 1250 Giordano Ruffo termino il suo “De medicina equorum”, appena in tempo perché si vedesse ultimata l’opera l’Imperatore Federico, egli stesso autore di un pregevole trattato di falconeria, alla stesura del quale sembra che anche Giordano avesse collaborato. La divulgazione dell'opera è stata però successiva alla morte dell’Imperatore, avvenuta il 12 dicembre 1250 e ciò si desume facilmente dalla prefazione al libro, scritta dallo stesso Giordano: “ ... ego Jordanus Ruffus de Calabria miles in marestalla quondam domini Imperatoris Friderici Secondi…”. Si apprende altresì dallo stesso testo che l'Imperatore in persona collaborò alla formazio­ne dell'opera con consigli ed aggiunte. La passione che Federico II ha avuto per lo studio delle scienze naturali è stata di sicuro aiuto ed ha giovato in vario modo e grandemente a Giordano. Non si fa fatica a immaginare quanto Giordano si possa essere servito per accrescere, confrontare e completare  le proprie conoscenze scientifiche, dei messaggeri che l'Imperatore inviava in ogni parte del mondo allora conosciuto. A tali messaggeri, al tempo in cui attenteva alla compilazione del suo trattato di fal­coneria , l'Imperatore affidava messaggi e quesiti indirizzati ai più celebri naturalisti dell'epoca, ottenendo notizie e confronti preziosi. Molti hanno considerato il codice di Giordano come l'esemplare più antico di lingua italiana. Secondo quanto rife­rito da Del Prato e da altri l'opera originale avrebbe avuto il seguente passo di inizio : “ Nui Messeri Jiordanu Russu de Calabria volimo insegnari a chelli chi avinu a nutricari cavalli secundu chi avimu imparatu nella manestalla de lu Imperaturi Federicu chi avimu provatu e avimu complita questa opira nelu nomu di deu e di Santi Aloi”. Molti cultori della materia e tra questi si annoverano storici, medici ed “eruditi” dei secoli scorsi, hanno creduto invece che la lingua originale fosse stata quella latina , sebbene “barbara e propria di quei tempi “. Crescenzio, scrittore che è vissuto 50 anni dopo Giordano , trattando delle malattie dei cavalli, ha riportato parola per parola quanto scritto dal nostro Autore : la lingua usata da Crescenzio è stata quella latina! Io modestamente ritengo probabile che la versione originale sia stata scritta in latino (così come in latino era stato scritto il trattato di falconeria di Federico) e subito tradotta da altri in volgare per permetter­ne la divulgazione in ambienti meno eruditi.

    Del trattato di mascalcia scritto da Giordano Ruffo sono arrivate sino a noi numerose edizioni, presenti nelle maggiori biblioteche italiane ed estere, tutte purtroppo più o meno manomesse. Infatti per molti Secoli, come più sopra ho detto, il trattato di Giordano è stato il solo riferimento per chiunque abbia scritto sull'argomento e si può dire che non ci sia stato autore od editore ‑ e sono stati numerosissimi in Italia ed all'estero ‑ che non abbiano apportato aggiunte od operato mutilazioni al testo originale, quando addirittura non abbiano pubblicato il testo stesso con il proprio nome e riprodotto gran parte di esso senza citarne la fonte. Nella speranza di poter prendere visione almeno di uno di questi codici dei quali molti hanno parlato,ma pochi hanno potuto affermare di aver letto, almeno tra i contemporanei nostri, ho fatto delle ricerche che mi hanno consentito di poter disporre delle copie fotografiche di alcuni tra i più attendibili codici attualmente esistenti e conservati in Italia ed in Inghilterra. Tra i volumi che compongono la raccol­ta di testi rari di scrittori di veterinaria posse­duta dal medico Angelo Damiani di Venezia, morto nel 1818, si trova un codice cartaceo del secolo XV°, scritto in volgare Siculo. All'inizio di questo codice si leggono le frasi riportate da Del Prato, che ho prima citato. Presso la Biblioteca Nazionale Marciana, diretta ai giorni nostri dal Dr Marino Zorzi, si trova il codice “De medicina equorum” conservato con la segnatura Lat. VII.24 (=3677). Di questa opera si sa soltanto che appartiene alla raccolta settecentesca di Giacomo Nani. Il dott. Hieronymus         Molin, docente di medicina veterinaria presso l’Università di Padova, stampò nel 1818 questo codice nella originale veste latina. Egli ebbe il grande merito di “ripulirlo” da quei molti errori e da quelle “aggiunte”, introdotte    nel corso dei secoli e che chiaramente non erano appar­tenute al testo originale . Operò questa “ripulitu­ra” nella maniera più corretta e con rigore scientifico poichè consultò tutto quello che riuscì a tro­vare sull'Opera di Giordano e corresse soltanto quei capitoli dei quali potè accertare manomissioni .  La HIPPIATRIA di Hieronymo Molin è, per il suo valore scientifico, l'edizione più pregevole oggi conosciu­ta del libro di Giordano, del quale esistono presso “THE BRITISH LIBRARY “ cinque volumi a stampa di due diverse provenienze. La prima, tradotta dal Latino in volgare da Frate Gabrielo Bruno, ha avuto tre edizioni : Venezia 1492; Venezia1554; Brescia 1611. La seconda ha avuto due sole edizioni : Venezia 1561 (Rutilio Borgominiero); Bologna 1561 (Giovanni de’ Rossi). Del libro di Giordano un sesto volume a stampa in lingua latina si trova presso questa stessa biblioteca:  si tratta di una copia della stessa edizione curata da Hieronymo Molin, della quale ho prima parlato.
  
La lettura di questi testi mi ha consentito di rilevare un errore, comune a tre di queste edizio­ni, inconcepibile in uomini di cultura, quali presu­mo siano stati Fra Gabrielo Bruno e gli altri due editori. Sono le edizioni: Venezia 1492; Venezia 1554; Brescia 1611.Lo stesso errore è stato rilevato da Molyn nell'edizione in lingua latina da lui emendata. L'errore consiste nell'aver confuso la persona dell'Imperatore Federico II con quella del suo avo Federico Barbarossa! L’aver rilevato questo errore a me è servito per poter concludere che le tre edizioni citate rappresentano effettivamente riferimenti,  eseguiti in varie epoche da autori diversi , ad un unico esemplare in lingua latina: quello tradotto in volgare il 17 dicembre 1491 da “Gabriel Bruno Venetiano di frati minori maestro in Theologia...” e dedicato al Conte Zoano Brandolino,  condottiero Veneziano. Le altre due edizioni (Venezia e Bologna 1561) fanno riferimento ad un codice posseduto a quei tempi da Messer Bartholomeo Canobio. Di questo codice il tipografo Giovanni de’ Rossi scrive testualmente: “… ho voluto stamparlo nella lingua istessa, che l'Autore l'ha scritto…”.  La lingua alla quale fa riferimento il de' Rossi è il volgare. Neanche questa “versione” del libro di MESSER JORDANO DI CALABRIA è tratta dall’originale e come le altre contiene evidenti manomissioni con aggiunte talvolta di scarso o nessun contenuto scientifico ed omissioni di interi capitoli. Per finire dirò che Giordano divise il suo libro in sei “capitoli “ : nel primo considera la riproduzione e la nascita del cavallo: nel secondo parla della cattura e dell'arte di domarlo; nel terzo insegna il modo di custodirlo ed ammae­strarlo; nel quarto descrive il “temperamento” del cavallo e le “turbe” cui può esser soggetto nonchè i criteri per giudicarne la bellezza; nel quinto disserta sulle malattie naturali od accidentali: nel sesto tratta della terapia e dei rimedi più idonei.

 

Note:

(1)  Pompeo Litta: famiglie celebri italiane; J.W. Imhoff: genealogiae viginti illustrium in Italia Familiarum; Duca Proto di Maddaloni: Istoria della casa dei Ruffo; Pietro Giannone: Storia del reame di Napoli; H. Bréholles: Historia diplomatica Friderici secondi; F. Mugos: Histoire généalogique da la maison Ruffo: Ferrante della Marra: Discorsi sulle famiglie nobili; B.Candida Gonzaga: Memorie delle famiglie nobili delle provincie meridio­nali d’Italia.

(2) Il codice manoscritto dell’Anonimo (che sembra essersi chiamato Nicola de Jamsilla) è stato riassunto nell'anno 1610 da Ferrante della Marra duca della Guardia e pubblicato nel 1662 da Ferdinando Ughelli in Italia Sacra. E' stato anche riportato dal Caruso nella Bibliotheca Historica. L'Anonimo fu storico di parte ghi­bellina e grande nemico e denigratore di Pietro Ruffo, come oggi riconoscono storici e genealogisti.

(3) A. Muratori: Annali d'Italia; T. Fazzelli: De Rebus Siculis; G.B. Caruso: Memorie istoriche;

(4) L' Anonimo al quale nel corso dei secoli hanno fatto riferimento gran parte degli storici, è stato il primo a fare dei due Pietro Ruffo una sola persona. Altri trovando citati l'uno o l'altro Pietro con il predicato al posto del cognome (Pietro di Calabria) alla maniera nor­manna, ritennero si trattasse di Case diverse da quella dei Ruffo e da ciò derivarono altri equivoci e nuove confusioni. Persino Jacobus Wilhelmus Imhof nel suo: GENEALOGIAE VIGINTI ILLUSTRIUM IN ITALIA FAMILIARUM fa menzione di un solo Pietro, figlio di Sigerio, e lo fa morire nel 1302.
Pompeo Litta, nell'opera già citata, riporta lo stesso errore e così pure fanno il Duca Proto, il Mugnos, il Candida Gonzaga etc. Per rendere maggiormente evidente l’errore nel quale sono incorsi tanti illustri storici e genealogisti mi basterà far notare che Bella­dama, madre di Pietro Ruffo (II° aggiungo io) viveva nel 1289, come si rileva da un decreto regio datato 12 luglio 1289, riportato da Scipione Ammirato, nel quale si stabiliva che venissero pagate “onze 20 all’anno a Belladama madre del conte Pietro “. Belladama dun­que, vivente ancora nel 1289, non avrebbe mai potuto essere la madre di quel Pietro già tanto avanti negli anni da essere nel 1235 Vice Re di Sicilia e Generale comandante le truppe di Federico nella campagna di Lombar­dia, almeno che non si voglia ammettere che Belladama avesse nell'epoca citata abbondante­mente superato i cento anni di età! Ernesto Pontieri nell’opera “ Ricerche sulla crisi della monarchia siciliana nel secolo XIII”, rivede alcuni errori riportati in altri suoi lavori giovanili e mette bene in evidenza la confusione creata intorno ai due Pietri. Egli indica come anno di morte di Pietro I° (ucciso a Terracina da un sicario di Manfredi) il 1257 e dice ancora vivente nel 1309 Pietro II°. Commette pero l'errore, ricavando la notizia dall'Anonimo, di credere che Pietro I° non abbia avuto figli e dando come padre a Pietro II° Giordani invece che Ruggero. Commette un altro errore dando come padre a Fulcone I° un Giovanni che dice essere stato fratello di Pietro I°.
Esiste un diploma dell'Imperatore Federico II° del 20 aprile 1235 pubblicato dal duca Proto di Maddaloni nel 1873 nella sua Istoria della Casa dei Ruffo con il quale l'Imperatore con­cedeva a Ruggero Ruffo, preside di Sicilia, ed a suo figlio Pietro (II° ndr), in assenza del padre di Ruggero Pietro (I°ndr) conte di Catanzaro la signoria di Calascibetta. Il Proto si servì di questo documento per dimo­strare l'antichissima origine romana della famiglia Ruffo ed il possesso da parte della stessa della contea di Catanzaro prima del 1250 . Il Candida Gonzaga accusò di falso tale diploma adducendo delle argomentazioni forse non prive di fondamento, ma ad entrambi questi due Autori, che  si sono serviti del diploma soltanto per asserire o negare cose di scarso valore pratico, è sfuggito il contenuto genealogico che era il più importante:
Pietro Ruffo (I°) nel 1235 aveva un figlio Ruggero, preside di Sicilia, il quale aveva a sua volta un figlio a nome Pietro (II°).
Può essere così fatta luce sui due Pietro Ruffo, entrambi conti di Catanzaro, ma il primo vissuto in periodo Svevo ed il secondo in epoca Angioina.

(5) Nel testamento dell’Imperatore Federico pubblicato da P. Ottavio Gaetano tra le altre firme si leggono: “ Ego…….Ruffus de Calabria Imperialis Marescallus magister interfui his, et subscribi feci”; “ Ego Fulcus Ruffus de Calabria his interfui, et subscripsi!. Della prima firma sembra non si potesse leggere il nome a causa del deterioramento del documento, ma la qualifica di MAESTRO MARESCIALLO ci fa pensare subito a Sigerio piuttosto che a Pietro, che si sarebbe invece qualificato come Conte di Catanzaro e Marescallus totius Regni Sciliae.
Il Summonte infatti asserisce di aver visto nel testamento originale “Serii Ruffi…….”

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