BEATO FRANCESCO DI BOVALINO

  Riformato

 

 

            Francesco nacque a Bovalino nel 1516. Ebbe per suoi genitori Giacomo Mazzacara e Antonella Romeo, ambedue persone povere, sebbene oneste, della terra di Bovalino. Nella sua gioventù andò a farsi frate laico nel Convento d’Oppido. Avendo poi i Riformati ottenuta dal B. Pio V°. la facoltà di poter prendersi da’ Minori qualunque Convento loro fosse piaciuto, si elessero fra gli altri quel di Bovalino, e quivi Francesco volle stare. L’ozio di lui non era altro di star sempre occupato in orazione, massimamente in contemplare la Passione di Cristo Signor nostro; e per tal cagione stavasene tutte le notti in Chiesa, e nel dì stava esposto in servizio del Convento a’ cenni del Guardiano. Anzi che quando i Frati ritornavano dal Coro, egli vi si tratteneva a fare orazione, e veniva sovente dal diavolo trascinato e buttato a terra. Andando una volta di notte il sagrestano in Chiesa, la vide tutta di lume ripiena, e il buon servo di Dio che parlava col Crocefisso: corse dal Guardiano per farnelo consapevole, e ritornato con gli altri frati in Chiesa, il videro uscire.

            Si travagliava sempre Francesco il suo corpo con veglie e con discipline. Digiunava, oltre il solito, in altri giorni, e in pane e acqua: per pranzo facea un po’ di colazione in cucina, senza voler mai accostare in Refettorio, astenendosi di mangiar carne. Tollerava volentieri le ingiurie, conforme gl’intravvenne una volta in presenza del Conte di Condoianni; avanti del quale, ingiuriato e vilipeso da un’insolente, egli se ne rise, dicendo, doversi allora l’uomo rattristare, quando commette peccati. Col prossimo era tutto carità, e secondo l’uso del paese, veniva comunemente chiamato Messere, invece di Padre, o Signor mio.

            La porzione del suo mangiare la dava ai poveri, ritenendo per sé i tozzi del pane. Quando andava fuor di Convento, costumava di portarsi seco una fiaschetta di vino, e a tutti ne dava a bere, conforme al tempo della tritura a coloro che stavano nelle aje occupati a battere il grano, e giammai alla fiaschetta mancava il vino: e sebbene la riempisse d’acqua nella campagna, tuttavia sempre si trovava convertita in vino.

            E in genere di moltiplicazione fece più miracoli, come nell’anno 1581, che i Turchi diedero il fuoco alla terra di Bovalino, e fuggita la gente, rimase sol Francesco: il quale, ritiratosi con alcune vesti sacre in un camerino, avanti all’immagine della Madonna egli non fu veduto, né tocco dal fuoco. E cercando i Turchi di romper tutte le campane, egli ottenne dal Signore che non fosse rotta la campana grande. Partitisi i Turchi, trovarono i terrazzani tutte le botti spillate, e il vino sparso per terra, e non avvezzi a bere dell’acqua, si portarono dal Beato Francesco per sapere che, e come far dovessero. Egli disse loro che l’avessero da terra raccolto, e n’empirono quattro barili, e ripostolo dentro una botte, fu quel vino bastante da’ 16 di settembre sino al vino nuovo, tanto per i frati, quanto per quelli della terra. L’anno 1591, capitatosi un medico del Bianco con otto persone in Convento, il Guardiano non avea pane, e si raccomandò con Francesco, da cui n’ebbe cinque bianchi e caldi, e ne rimasero tutti satolli. Toccava il Beato alle volte il companatico, e altri commestibili, e restavano interi come prima, con tutto che si dessero a mangiare, siccome accadde una volta a Domenico Buongiorno: a cui, essendo dato un quarto di agnello arrostito con le mani di Francesco, egli con la moglie, e con dodici altri che convitò, tutti ne rimasero satolli. Nella terra di Ardore, chiedendo Francesco la limosina ad una donna; colei per non avere del pane in casa, volea farsene prestare una coppia; ma venendo dal Beato fatta ritornare indietro, ne ritrovò ben due coppie, tuttocchè non ve ne fosse.

            Ebbe anche virtù Francesco sopra gli spiriti, come fece a Marcia d’Alibastro del Bianco, che senza fare esorcismo, ordinò agli spiriti che la lasciassero. Ebbe anche lo spirito di profezia, con cui fè sentire al Conte di Bovalino, che ne’  giuochi sprecava ogni suo avere, a voler pure da questi desistere, se altrimenti non volesse perder tutti gli Stati: e stando tuttavia colui ostinato, sperimentò quanto gli fu detto. Predisse anche la morte a Francesco di Gerace, Riformato; al Marchese della Grotteria e ad altri; conforme anche a se stesso, antivedendo il dì. Avea Fabbrizio Campanile perduto lo schiavo, Francesco gli disse d’essere a casa ritornato, e così fu. Guarì varie persone col segno della croce e in altre maniere. Avendogli una donna di Nicotera menato il figlio cieco d’ambedue gli occhi, egli col segno della croce e con olio della lampada ungendo gli occhi, gli donò la vista. Sanò medesimamente un altro, che era cieco, sordo e muto. Con vestirsi del suo abito alcuni, e calzarsi delle sue pianelle, rimanevano liberi di ogni male che avevano. Tutte queste grazie meritò Francesco per sua vita bene spesa; mentre per 40 anni, che di lui avea ascoltato la Confessione il P. fra Francesco di Gerace, mai gli avea trovato materia d’assoluzione. Colmo alla fine di meriti, morì in detto Convento di Bovalino, in età di anni 80 e 50 di Religione, a’ 13 di luglio 1596: e anche morto operò degli altri miracoli narrati da altre penne.

 Annotazione: di lui parla Gualtieri ne’ ms: e nelle cronache ms: mandate l’anno 1680 da’ Frati della Provincia, che, se non si sono date a luce, presto usciranno.

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 Tratto da: D. MartireDella Calabria sacra e profana – ed. 1876

 Informatizzazione a cura di Dora La Lumia